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Bill Travis

Una meditazione - Parchi e giardini nel Lazio

Parks and gardens in Lazio: a meditation

 

pag. 108, 1 edizione ottobre 2008 ISBN 978-88-95079-08-0 Dimensioni: 27cmx27cm. Testi in Italiano e in inglese

 

Se vogliamo credere nella Bibbia, la vita cominciò in un giardino e, da sempre, noi cerchiamo di ritrovarlo. Per nostra fortuna l’Eden sopravvive solo nell’immaginazione, perchè se esistesse nella realtà non ci sarebbe più bisogno di cercarlo.

La storia del “ giardino “ è, in un certo senso, la storia di questa ricerca, e da Versailles al Central Park artisti di ingegno si sono adoperati per creare paesaggi di delizie, o meglio di delizie, memoria e simbolismo, visto che tale ricerca può implicare diversi livelli di lettura.

Per quanto sappia, non vi sono posti al mondo più carichi di memorie e di associazioni storiche che i parchi e i giardini del Lazio.

A Villa d’Este incontriamo un’ allegoria di Ercole, al Pincio un percorso di uomini illustri, a Villa Borghese un intrecciarsi di sensibilità barocche e romantiche, a Ninfa un dialogo tra pittura e natura, al Parco Regionale dei Castelli Romani uno sguardo verso l’ecologia moderna. L’elenco praticamente non ha fine. Questi sono luoghi straordinari; seducono l’occhio e sollecitano l’immaginazione.

La sensibilità per il paesaggio risale almeno al tempo dei Romani che amavano sentirsi in comunione con la natura.
Uno dei primi capolavori del paesaggio, durato sino ai nostri giorni, proviene da un anonimo che dipinse la Villa di Livia a Primaporta. Dietro una barriera di canne, degli alberi densi e carichi di frutta ostacolano la prospettiva, permettendoci di vedere solo qualche uccello ed un cielo eternamente azzurro. Ars longa, vita brevis: così per i giardini come per la gente. Infatti oggi possiamo ammirare quel dipinto in un museo romano, anche se lo stesso giardino di Livia è da molto tempo scomparso.

Meditare sui parchi e sui giardini in un paesaggio ricco di memorie, ci invita a meditare sul tempo. E la fotografia offre un punto di vista unico, nel senso che ogni scatto costituisce un momento effimero. Nei miei lavori anzichè catturare il “ momento decisivo “ - il frammento di un secondo in cui tutti i particolari si presentano in una perfetta disposizione-
preferisco ridurre i particolari e rendere le scene più astratte, meno reali.
Ciò che mi interessa non è tanto il momento fissato nel tempo, ma il momento che trascende.

Questo approccio mi porta spesso a fotografare scene senza persone e quando c’è qualcuno mi piace concentrarmi su gente assorta nei propri pensieri o che si muove per istinto.
La mamma che corre appresso a sua figlia a Villa Borghese ha, secondo me, qualcosa d’eterno. E così l’immagine di un individuo seduto su una panchina nello stesso parco con i suoi pensieri che non conosceremo mai.
Il momento preciso in cui la madre corre o in cui la persona si siede a riflettere è meno importante del ripetersi continuo di questi atti.

La tecnica riprende il dialogo tra passato e presente. Tutte le immagini riprodotte nel presente libro sono cominciate come fotografie digitali che, dopo una serie di trasferimenti, manipolazioni e operazioni con varie tecniche, sono diventate dei dipinti, colmando uno scarto di sei secoli tra l’invenzione della pittura ad olio e quella dell’immagine digitale.
Da questo approccio nasce quasi un’immagine che trova verosimiglianza nella fotografia e sensualità nella pittura.

Come ritrarre allora i parchi e i giardini del Lazio? Ogni immagine che vedete rappresenta in qualche senso un ritratto doppio, del luogo stesso e della interpretazione di quel luogo, in cui si incontrano la memoria, l’introspezione ed il desiderio.
Il significato più profondo è forse quello che non si può determinare, perchè ogni spettatore vi porterà - almeno lo spero - la sua interpretazione.

E sotto quest’ottica chiudo con una considerazione sulla percezione.
Dai Monti Lepini (migliaia di ettari) al chiostro di San Giovanni in Laterano (circa 1300 mq) esiste una differenza notevole di scala, che però si riduce a pochi millimetri sulla nostra retina.
Ciò che li distingue, alla fine, è la loro capacità di penetrare la nostra immaginazione, ed è per questo che chiudo con il giardino immaginario, dove ciascuno di noi può creare quello che vuole.

 

Bill Travis

Dalla prima volta che ha esposto nel 2004, Bill Travis ha partecipato a piu’ di cinquanta mostre in musei, gallerie e altre sedi in tutto il mondo, da New York a San Francisco, Atlanta, Berlino, Parigi e Madrid. Ha tenuto conferenze riguardanti la sua esperienza di fotografo presso la Columbia University e, di recente, ha rilasciato un’intervista per la televisione italiana in occasione di una sua mostra a Castel Gandolfo (RM). La sua opera appartiene a varie collezioni, inclusi la Bibliothèque Nationale de France, la Société Française de Photographie, il Kinsey Institute, il Schwules Museum in Berlino, il museo Kiyosato dell’Arte Fotografica in Hokuto (Giappone) ed il Museo de la Fotografìa in Rafaela (Argentina). Le sue opere sono state pubblicate in libri, giornali e cataloghi di mostre; questo libro rappresenta la sua seconda monografia stampata presso Mercanti Editore. Insolitamente per un fotografo, Bill Travis ha ottenuto un dottorato (Ph.D.) in Storia dell’arte dall’ Institute of Fine Arts ed ha insegnato presso l’Universita’ del Michigan, l’Universita’ di New York e la Smithsonian Institution. Nella sua carriera universitaria, ha realizzato diversi studi sull’arte medioevale mentre le sue fotografie della scultura medioevale sono state pubblicate negli Stati Uniti, Francia, Italia, Germania, Polonia, Svezia e nei Paesi Bassi. Ora si occupa a tempo pieno di fotografia creativa e gestisce un sito internet (www.billtravisphoto.com) che espone alcuni esempi dei suoi nudi e dei suoi paesaggi naturali ed urbani.